Nel 1971 Massimo Osti fonda un marchio e lo chiama Chester Perry. Il nome arriva da una striscia a fumetti inglese di Frank Dickens: il protagonista, Bristow, lavora all'ufficio acquisti di un'immaginaria multinazionale, la Chester-Perry Co. Ltd.
È una battuta. Diventerà un problema legale: nel 1978, dopo l'azione di Fred Perry e Chester Barrie, il marchio cambia nome in C.P. Company.
Osti non viene dalla moda, viene dalla grafica. E si vede: applica ai vestiti metodi che all'epoca appartenevano alla carta, dalla serigrafia alla quadricromia. Ma la vera rivoluzione è un'altra.
Tingere alla fine, non all'inizio
Normalmente un capo si costruisce con tessuti già colorati. Osti ribalta il processo: cuce il capo grezzo e lo tinge alla fine. Si chiama tinta in capo, e il risultato è una profondità cromatica che con i tessuti pre-tinti non ottieni.
La difficoltà è che un capo contiene fibre diverse, e ogni fibra assorbe il colore in modo diverso. Osti e i suoi collaboratori sono i primi a farlo funzionare su capi misti. È un procedimento quasi alchemico, e ancora oggi è la ragione per cui una giacca C.P. Company ha quella sfumatura che nessun altro riesce a replicare.
Il resto del metodo è ricerca d'archivio: uniformi militari e capi da lavoro smontati, studiati e riscritti in chiave contemporanea. "Ho sempre pensato che i miei capi dovessero rispondere a bisogni reali", diceva Osti. Non è una frase di marketing: è letteralmente il suo processo.
Le lenti
Nel 1988 C.P. Company sponsorizza la Mille Miglia. I piloti delle auto d'epoca hanno un problema concreto: proteggersi da vento e pioggia senza perdere visibilità.
Osti integra due lenti direttamente nel cappuccio. E ne aggiunge una terza sul polso, per guardare l'orologio senza sfilare il guanto.
Nasce la Goggle Jacket, uno dei capi più riconoscibili degli ultimi quarant'anni. Nata per risolvere un problema, non per fare stile.
Osti lascerà l'azienda negli anni Novanta, ma il metodo è rimasto. Trovi C.P. Company da Pop Start, a Mantova e online.