Hidehiko Yamane lavora da Lapine, uno dei negozi più noti di Osaka, famoso per importare Levi's deadstock. Ha una convinzione precisa: i jeans prodotti in serie hanno perso qualcosa che i jeans americani degli anni Cinquanta avevano.
Nel 1991 decide di rifarli come si facevano allora. Recupera vecchi telai a navetta, quelli che producono il denim con la cimosa, e comincia.
La capacità produttiva è di quattordici paia al giorno. Non quattordicimila: quattordici.
Il nome e il gabbiano
Chiama il marchio Evis. Il riferimento è doppio: Ebisu, la divinità giapponese della fortuna e dei pescatori, e Levi's senza la elle. Quando arriva la contestazione, aggiunge una "u" e diventa Evisu.
Sul retro delle tasche dipinge a mano un gabbiano stilizzato, che ricorda gli archi cuciti dei jeans americani. Del primo lotto di trecento paia ne dipinge solo metà, per avere varietà.
Vanno esaurite subito. Comincia a dipingere anche le altre.
"Il marchio dipinto voleva essere una battuta", ha raccontato Yamane. "Non credevo che qualcuno li volesse comprare davvero."
Da Osaka a Londra
Il successo internazionale passa dalla Gran Bretagna. Grazie alla partnership con Peter Caplowe, i jeans arrivano nei migliori negozi di Londra e diventano un capo ricorrente nella scena clubbing di metà anni Novanta, tra acid house, garage e hip hop.
Da lì gli Stati Uniti, e alla fine del decennio Evisu è uno status symbol dell'hip hop globale.
Quello che non è cambiato è il denim. Tessuto stretto su telai lenti, cuciture marcate, vestibilità decise. Un paio di jeans Evisu si riconosce anche senza guardare la tasca.
Il denim giapponese di Evisu è disponibile da Pop Start, in negozio a Mantova e online.